Il progetto

L’Ogliastra è terra vocata all’olivicoltura e alla trasformazione e commercializzazione dell’olio.
L’olivicoltura ogliastrina si inserisce nel contesto più ampio della olivicoltura nazionale ed europea.
Pochi dati servono a inquadrare l’ambito merceologico e commerciale del settore.
Nel sistema Italia si contano circa 4.700 frantoi, ma il 90% della produzione nazionale è dovuta ai frantoi localizzati nel Sud.
Nonostante produzione e fatturato, in questi ultimi anni si registra la riduzione del reddito operativo dell’olivicoltore, il primo produttore della filiera; infatti solo il 3,5% del valore totale finale al consumo dell’olio d’oliva vergine ed extravergine va a chi lavora alla produzione delle olive e alla sua prima trasformazione.
L’Italia conserva sempre il secondo posto quale produttore di olio d’oliva nello scenario mondiale.
La Spagna resta stabilmente il primo produttore.
L’Italia, peraltro, è anche il primo importatore mondiale di olio d’oliva, in quanto la produzione interna non compensa il fabbisogno sia del consumatore che dell’industria di trasformazione di commercializzazione.
Il 60% dell’olio di oliva (produzione interna più import), infatti, viene destinato al consumo interno, mentre il 38% viene esportato.

Negli ultimi anni si è registrato un calo competitivo del sistema oleario italiano. I costi variano mediamente dai 3 agli 8 euro al chilo.
Rispetto al fatturato dell’industria agroalimentare, il fatturato dell’olio di oliva è di circa il 3% rispetto a quello dell’intero comparto. Pertanto con una incidenza molto limitata e con alte potenzialità di crescita.
Anche il mercato mondiale dell’olio è cresciuto molto stentatamente rispetto ad altri settori trainanti dell’agroalimentare.
La crescita negli ultimi anni è stata dell’1% annuo, seppure costante.
Le nazioni principali partner dell’Italia sono, per ordine di fatturato: gli Stati Uniti con il 31% di olio importato dall’Italia, la Germania con l’11% e la Francia con il 7%.
Il comparto rivela, inoltre, una forte propensione alla commercializzazione strutturata; solo il 25% della produzione nazionale di olio viene destinato dalle aziende direttamente agli acquisti dei privati.
La qualità degli oli italiani è di assoluta eccellenza; infatti degli oli di qualità riconosciuti dalla Unione Europea il 40% è rappresentato da marchi italiani con ben 43 prodotti Dop.
La Spagna segue con 29 riconoscimenti, come la Grecia.
Il fatturato del comparto olivicolo italiano ammonta a oltre 84 milioni di euro, dei quali quasi 54 realizzati sui mercati esteri.


Tuttavia la produzione di olio certificato non supera il 2%-3% del totale. Si raggiunge il 6% analizzando i dati in termini di valore.
Passando al livello regionale registriamo che fra le regioni italiane produttrici di olio la Sardegna si colloca solo all’11° posto, con circa il 2% di produzione lorda vendibile, dietro a:
·                 Calabria con circa il 24%;
·                 Puglia circa 18%;
·                 Abruzzo circa 7%;
·                 Basilicata circa 6%;
·                 Umbria circa 4,5 %;
·                 Lazio circa 4%;
·                 Toscana circa 3,5 %;
·                 Molise circa 3,3 %;
·                 Sicilia circa 3,3 %;
·                 Campania circa 3 %.
 
Come la R&M Servizi ebbe modo di esplicitare nel volume prodotto a conclusione del corso di formazione per frantoiani realizzato per conto della RAS a valere sull’azione “Antichi mestieri”, ancora molta superficie a uliveto non è specializzata, e la superficie agraria media è di circa 1 ettaro, a fronte di un numero elevato di aziende: 45.500!
Molti sono gli oliveti secolari posizionati in aree orograficamente difficili, nelle quali è molto difficoltoso meccanizzare i processi colturali.
Conseguentemente, scarsissima è la pratica irrigua nell’olivicoltura sarda, sia per la scarsità di aree irrigue in generale e sia soprattutto per la marginalizzazione degli impianti olivicoli, relegati alle aree meno dotate orograficamente e pedologicamente.
Da ciò discende che la produzione media olivicola sarda è inferiore a quella, pur bassa, italiana.
Infatti la produzione media di olive a ettaro risulta in Sardegna di circa 1.800 Kg., a fronte della produzione nazionale di 2.200 Kg.
In Sardegna il 96-97% della produzione viene trasformata in olio e il restante 3-4% viene lavorata in olive da confetto specie per il fabbisogno familiare e con la tecnica “al naturale (verdi in salamoia)”.
Un notevole progresso nel miglioramento della qualità del prodotto è stato compiuto negli ultimi vent’anni con l’introduzione di nuove varietà, nuove tecniche di impianto e di allevamento. Le pratiche colturali della concimazione, dell’irrigazione di soccorso e dei trattamenti contro i parassiti animali e vegetali hanno determinato un incremento notevole di quantità ma anche di qualità del prodotto.
L’Ogliastra, pur essendo una terra climaticamente vocata per l’olivicoltura, non è tuttavia fra le aree sarde a maggior produzione olivicola.
In Ogliastra le zone a maggior presenza di oliveti sono ubicate nei comuni di Lanusei, Arzana, Ilbono, Jerzu, Loceri, Tertenia e Villagrande, dove l’ulivo raggiunge le altimetrie più alte.
Nella provincia si sta viepiù razionalizzando la coltura dell’ulivo in termini d’impianto produttivo, mentre è ancora carente la commercializzazione, che è prevalentemente destinata all’autoconsumo o alla commercializzazione su circuiti distributivi locali.
Negli ultimi anni si sta sviluppando, anche grazie ai finanziamenti pubblici, l’olivicoltura specializzata e biologica.
Le cultivar presenti in Ogliastra sono prevalentemente quella ogliastrina, che è una variante locale della Nera di Villacidro, pianta rustica con forti connotazioni agronomiche, e la Bosana.
L’Ogliastrina alterna la produzione su due anni a causa della maturazione tardiva. È diffusa in molte parti della Sardegna. È presente nelle zone di Oliena, Villacidro, e appunto in Ogliastra. Non fornisce risultati ottimali in forma intensiva, mentre garantisce una buona produttività.
 

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